27/10/1964 – A time for choosing: il primo discorso politico di Ronald Reagan

Così Reagan scese in campo e fece la rivoluzione liberale

27 ottobre 1964. Per gli Usa è l’ora della scelta. Ronnie pronuncia il suo primo discorso politico, passato direttamente alla storia

Ventisette ottobre 1964, campagna presidenziale americana. Il candidato repubblicano, Barry Goldwater, sfida il presidente uscente, il democratico Lyndon Johnson. A prendere la parola a sostegno di Goldwater è un attore con un passato familiare e personale tra le fila del partito democratico, il suo nome è Ronald Reagan e il suo discorso, passato alla storia come A time for choosing ( L’ora delle scelte ) è il primo importante intervento politico dell’uomo che guiderà con mano ferma gli Stati Uniti negli anni Ottanta.

A cinquant’anni dal suo pronunciamento stupisce per l’attualità dirompente dei principi individuati da Reagan che rappresentano, senza giri di parole, un vero e proprio programma di governo. Anche per l’Italia di oggi.

Reagan introduce il suo discorso, trasmesso in tv, spiegando che è stato un sostenitore del partito democratico ma che ha poi deciso di «seguire un’altra via». Anche negli Usa degli anni sessanta, il tema fiscale è sentito. E lui afferma deciso: «Nessuna nazione nella Storia è sopravvissuta a un gettito fiscale oneroso che raggiunge un terzo del suo reddito nazionale».

Da qui un’idea di Stato minimo ma di governo forte e poi un altro caposaldo del reaganismo: il popolo e la volontà popolare vengono prima. «E l’idea che il governo sia soggetto al popolo, che non abbia altra fonte di potere che non sia il popolo sovrano, è ancor oggi l’idea più nuova e originale che sia mai apparsa nella lunga storia delle relazioni dell’uomo con l’uomo. Ed è proprio il problema che si pone con questa elezione: se noi crediamo nella nostra capacità di autogovernarci o se invece intendiamo abbandonare la Rivoluzione Americana e confessare che una piccola élite intellettuale di una capitale lontana sia in grado di pianificare le nostre vite al posto nostro meglio di quanto sappiamo fare noi stessi». Che grande schiaffo, anche oggi, alle presuntuose élite radical chic del nostro tempo.

A questo punto, l’uomo che vincerà la Guerra fredda con la doppia scommessa di una rivoluzione economica resa possibile da un radicale taglio delle tasse e di un ribaltamento delle strategie mondiali, va al cuore della critica allo statalismo illustrando il «paradosso agricolo» cresciuti durante gli anni dell’amministrazione democratica. I programmi di sostegno all’agricoltura – denuncia Reagan – pretendono di decidere lo sviluppo di questo settore. Con quali effetti? Più spese per i contribuenti, meno agricoltori ma più impiegati al dipartimento dell’agricoltura, un prezzo del pane sempre più alto e un prezzo del grano pagato all’agricoltore sempre più basso! E una logica conclusione: «non si è mai visto in questa terra qualcosa di più vicino alla vita eterna di un dipartimento governativo».

E allora lasciamo fare al mercato, limitiamo al minimo l’intervento dello Stato pasticcione nell’economia, perché, come gracchia ancora oggi il jingle del nostro cellulare, «government is not the solution to our problem; government is the problem». D’altro canto, «vi sono troppe persone – prosegue Reagan – che, vedendo un uomo grasso accanto a uno magro, pensano che il primo abbia acquisito la sua prosperità necessariamente ai danni del secondo. Ecco allora che sperano di risolvere il problema dell’indigenza tramite l’intervento dello Stato. Ora, se la risposta da dare al problema fosse effettivamente lo Stato assistenziale – e ne abbiamo fatto esperienza per quasi trent’anni – non sarebbe stato lecito aspettarsi che, almeno una volta in tutto questo tempo, il governo ci avesse fatto il punto della situazione? Ogni anno ci avrebbero comunicato i dati relativi al declino dei numeri relativi ai bisognosi e al fabbisogno di case popolari. È vero il contrario. Ogni anno il fabbisogno aumenta e aumenta ancora di più il costo degli interventi».

In politica estera, ora come allora, il tema è: affrontare il rischio di una guerra o fingere che i pericoli per la pace e per la libertà non esistano nel mondo? Pensiamo all’attualità: dall’Africa al Medio Oriente vediamo le comunità cristiane perseguitate dall’avanzata del fanatismo assassino e oppressore dello Stato islamico. Reagan ammonisce coloro che vorrebbero lavarsi le mani di ciò che accade lontano dalla propria casa: «La politica nazionale deve essere basata su ciò che nei nostri cuori sappiamo essere moralmente giusto! Non possiamo comprare la nostra sicurezza e liberarci dalla minaccia della Bomba con un atto così gravemente immorale come quello di dire al miliardo di persone che oggi vive in condizioni di schiavitù al di là della Cortina di Ferro: “Rinunciate ai vostri sogni di libertà, poiché noi, per salvare la nostra pelle, intendiamo accordarci con i vostri padroni”. Alexander Hamilton disse: “Una nazione che preferisce il disonore al pericolo è pronta per un padrone ed è ciò che si merita”. Diciamocela tutta. Sulla scelta fra la pace e la guerra non vi è da discutere; tuttavia ci sarebbe solo un modo garantito per avere la pace, e immediatamente: la resa senza condizioni. È vero, seguire una qualunque altra via comporta rischi, ma vi è una lezione che la storia insegna costantemente: è l’appeasement, la pacificazione a mezzo di concessioni, la via che comporta i rischi maggiori». È il Reagan che senza avventurismi sceglierà la strada della mano ferma, della sfida aperta «all’impero del male», e che così aprirà al mondo una lunga, lunghissima stagione di pace e prosperità. Barry Goldwater perse quelle elezioni contro Lyndon Johnson, ma i Repubblicani – colpiti dal successo e dalla forza dirompente di Reagan – lo candidarono prima a governatore della California e poi, dopo diversi anni, alla Casa Bianca, regalando agli americani la più grande svolta di sempre: una rivoluzione fatta di desindacalizzazione, deregolamentazione, grandi investimenti pubblici, forte riduzione delle tasse e un sistema di formazione che mette il merito al centro. Ciò che Ronald prometteva agli americani nel 1964 e che gli italiani attendono ancora.

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