La causa fiumana divenne la causa dei popoli in lotta. Un esempio quanto mai attuale

(…) A quasi cent’anni di distanza, l’esempio di Fiume è ancora vivo ed è nostro dovere guardare ad esso. Non solo contro i Cagoia contemporanei, indegne macchiette di una nazione che ha già capitolato da tempo, ma anche e soprattutto contro noi stessi. Eccessi, passioni, eversione: a Fiume si poteva, è vero. Ma bisogna essere legionari per potere, altrimenti è vuota buffonata. La prima, vera battaglia va fatta contro la tentazione borghese della vita comoda, della vittoria facile, della strada in discesa. Le rivoluzioni, buona gente, non si fanno dopo pranzo. Ma non è mai tardi per andare più oltre.

Marta Galimberti

L’ebbrezza della libertà e dell’eroismo: l’impresa di Fiume ci parla ancora

 

Un esempio quanto mai attuale!

Tra l’altro

Nell’orazione funebre al cimitero di Cosala D’Annunzio evocò la riconciliazione, la stessa che ancora oggi tarda ad arrivare a oltre 70 anni dalla fine della guerra civile: “Li abbiamo tutti ricoperti con lo stesso lauro e con la stessa bandiera. L’aroma del lauro vince l’odore tetro, e la bandiera abbraccia la discordia”. (fonte qui)

 

I pachistani vogliono l’Italia

Da Sarajevo. “Milano, Milano!” I ragazzi pachistani lo gridano quasi in coro, alzando il dito come volessero assicurarsi un posto sul treno dei desideri che conduce al capoluogo lombardo. Seduti sui binari nella deserta stazione ferroviaria di Sarajevo, progettano il proprio viaggio.

Migranti, la rotta per l’Italia passa dalla Bosnia

//pagead2.googlesyndication.com/pagead/js/adsbygoogle.js

(adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({});

Immagine: Il Post

Riprendo un articolo di Socci del 2011 sui 100 anni degli “azzurri”. Sempre attuale

I 100 anni degli “azzurri”. Piaccia o non piaccia….siamo un popolo cattolico…

Dal Blog Lo Straniero di Antonio Socci (cliccano sul link accedete alla lettura dell’intero articolo). Il paper è stato pubblicato su Libero lo scorso 13 febbario 2011.

Queste sono le vere uniche possenti radici della nostra Patria. Il “faro” che illumina la nostra vita, è ancora lì. Il nostro passato non può essere cancellato da una cultura laicista che non accettiamo e nella quale non ci riconosciamo. Grazie Antonio per accendere qualche “pixel” del nostro faro.

Nell’articolo del 13 febbraio scorso Socci ci ricorda che con i 150 anni dell’Italia unita, si festeggiano anche i 100 anni dell’ “azzurro” come colore nazionale. Ma da dove viene la storia di questo colore?

Ce lo spiega bene Antonio Socci. Viene dall’iconografia mariana di cui la dinastia sabauda ne fece un suo simbolo. Scrive Luigi Cibrario, storico della monarchia: “quel colore di cielo consacrato a Maria è l’origine del nostro color nazionale”.

In poche righe si ripercorrono 600 anni (dal 1366 al 1948) della nostra storia, da quel 21 giugno 1366, quando Amedeo VI di Savoia salpò per la Terra Santa per la crociata voluta da papa Urbano V. Sulla sua nave ammiraglia – accanto al vessillo dei Savoia – sventolò per la prima volta uno stendardo azzurro con una corona di stelle attorno all’ immagine della Madonna, per invocare “Maria Santissima, aiuto dei cristiani”. Ne nacque una tradizione, fra gli ufficiali savoiardi. L’azzurro entrò a far parte dei simboli dinastici e il 10 gennaio 1572, con Emanuele Filiberto, la sciarpa azzurra diventò ufficialmente parte dell’uniforme. E poi dell’araldica del Regno d’Italia.

……

La piccola storia di questo simbolo fa capire che la tradizione cattolica impregna totalmente la storia italiana.

……

Del resto il cattolicesimo era il solo cemento degli italiani. Infatti cosa li univa nell’Ottocento? La lingua no. Nel 1861 gli italiofoni erano solo il 2,5 per cento della popolazione, perlopiù toscani (gli stessi Savoia a corte parlavano francese). Nemmeno l’economia li univa: la Sicilia era più integrata economicamente all’Inghilterra che alla Lombardia e il Piemonte più alla Francia che alla Sicilia.

……

E fu deciso “a tavolino” che la lingua italiana fosse, da allora, quella della Divina Commedia dantesca, cioè il più grande poema mistico e addirittura liturgico della storia della Chiesa.

Perfino il tricolore adottato dai Savoia – nato apparentemente ghibellino – è intriso di tradizione cattolica.

Lo studente bolognese Luigi Zamboni, che col De Rolandis lo concepì nel settembre 1794, nell’entusiastica attesa dell’arrivo napoleonico che avrebbe liberato dal giogo dello Stato pontificio, partì dallo stemma di Bologna, quella croce rossa in campo bianco che viene dalle crociate e dalla Lega lombarda (a cui Bologna appartenne). Al bianco e rosso lui aggiunse “il verde”, che – disse – era “segno della speranza”.

In effetti simboleggiava la speranza nella tradizione cattolica, come virtù teologale, insieme alla fede, che aveva come simbolo il bianco, e alla carità (il rosso). Non a caso il primo “bianco, rosso e verde” lo troviamo proprio nella Divina Commedia, sono i vestiti delle tre fanciulle che, nel Paradiso terrestre, accompagnano Beatrice e che simboleggiano appunto le virtù teologali (Purg. XXX, 30-33).

……

Lo stesso “mangiapreti” Carducci, che certo non era ignaro di Dante, né di dottrina cattolica, nel suo discorso ufficiale per il primo centenario della nascita del Tricolore, a Reggio Emilia, dà, a quei tre colori, proprio il significato della Divina Commedia (fede, speranza e amore, sia pure in senso laico).

……

Nessuno però sa che è stata addirittura la Madonna in persona a “consacrare” il tricolore nell’importante apparizione del 12 aprile 1947 a Roma, alle Tre Fontane, a Bruno Cornacchiola (il mangiapreti che si convertì). Era un fanciulla di sfolgorante bellezza e indossava un lungo abito bianco, con una fascia rossa in vita e un mantello verde. Consegnò al Cornacchiola un importante messaggio per il Santo Padre. E poi alla mistica Maria Valtorta spiegò che apparve “vestita dei colori della tua Patria, che sono anche quelli delle tre virtù teologali, perché virtù e patria sono troppo disamate, trascurate, calpestate, ed io vengo a ricordare, con questa mia veste inusitata, per me, che occorre tornare all’amore, alle Virtù e alla Patria, al vero Amore”.

Aggiunse che era apparsa a Roma perché “sede del papato e il Papa avrà tanto e sempre più a soffrire, questo, e i futuri, per le forze d’Inferno scagliate sempre più contro la S. Chiesa”.

Aggiunse che apparve per la terribile minaccia del “Comunismo, la spada più pungente infissa nel mio Cuore, quella che mi fa cadere queste lacrime”.

Essa è “la piovra orrenda, veleno satanico” che “stringe e avvelena e si estende a far sempre nuove prede”, una minaccia “mondiale, che abbranca e trascina al naufragio totale: di corpi, anime, nazioni”.

Era in effetti il 1947. L’Armata Rossa stava marciando su mezza Europa, fino a Trieste. E l’Italia il 18 aprile 1948 si salvò solo per l’impegno del papa e della Chiesa, da cui venne alla patria uno statista come De Gasperi, che salvò la libertà e così compì davvero il Risorgimento.

Antonio Socci Da “Libero”, 13 febbraio 2011

JPMorgan: un’uscita dell’Italia dall’Euro potrebbe essere la migliore opzione per Roma

L’incredibile conclusione di JPMorgan: un’uscita dell’Italia potrebbe essere la migliore opzione per Roma

Un post di Francesco Simoncelli  sull’ipotetico scenario di uscita dell’Italia dalla moneta unica. L’analisi di JPM dice che non solo è fattibile, ma addirittura l’Italia potrebbe giovarne (a spese della Germania).

E non sarebbe una cattiva idea, visto che la politica economica e monetaria anche se svolta per sostenere i Paesi dell’area euro più deboli, finiscono col diventare sempre un vantaggio per gli stessi (Germania in testa)

(…) secondo la BCE, la stragrande maggioranza delle obbligazioni acquistate dalle banche centrali nazionali nell’ambito del QE è stata venduta da controparti che non risiedono nello stesso Paese della banca centrale nazionale acquirente, e circa la metà degli acquisti proviene da controparti situate al di fuori l’area Euro, la maggior parte delle quali accede principalmente al sistema di pagamenti Target2 tramite la Deutsche Bundesbank. In altre parole, a causa delle preferenze degli investitori, l’eccesso di liquidità creato dal programma di QE della BCE sin dal 2015 non è rimasto nei Paesi periferici, ma è trapelato a nazioni creditrici come la Germania, che sono state inondate con maggiore liquidità.

Per inciso, questo è esattamente l’opposto dello scopo dichiarato del QE e di ciò che Mario Draghi ha descritto ai policymaker e al pubblico in generale: rafforzare la periferia, non il centro Europa, poiché quest’ultimo già beneficiava del tasso fisso dell’euro, il quale sovvenzionava i principali esportatori europei a scapito delle nazioni periferiche alla disperata ricerca di una svalutazione esterna. (…)

Qui l’intero post

Il talco potrebbe aiutare a finanziare Isis e talebani in Afghanistan.

A far luce sull’ingrediente noto ai più solo per il suo utilizzo nei cosmetici, vernici e plastica è una ricerca dell’ong Global Witness, intititolata “Prenderemo le miniere a qualunque prezzo – Lo Stato islamico, i talebani e le bianche montagne di talco dell’Afghanistan“. Un’analisi che si basa su decine di fonti ascoltate e immagini satellitari, dalle quali emerge come il talco afghano sia diventato una priorità strategica per l’Isis, assicurando entrate anche per il conflitto con i loro rivali, i talebani.

Un’industria, quella del talco, alimentata da un mercato di consumo esteso, in primo luogo quello statunitense, seguito da quello europeo, dove anche l’Italia gioca il suo ruolo. Consumatori e aziende che in questi paesi potrebbero, quindi, inconsapevolmente finanziare l’insurrezione afghana.

Interessante inhiesta ripresa da in ques’articolo:

Stato islamico e talebani: una miniera di soldi chiamata “talco”

L’amministratore delegato di UniCredit rinnova la sua fiducia all’Italia.

(…) Per quanto riguarda i Btp, Mustier dice che la sua banca li ha comprati e che lo Spread non gli fa paura, aggiungendo che “il futuro di Unicredit passa dal rafforzamento dell’identità di grande banca paneuropea”. L’economia italiana è in crescita, secondo Mustier, e il paese ha bisogno che si parli dell’Italia in maniera positiva. Jean-Pierre Mustier ha dichiarato che le imprese non riescono a far fronte agli ordini. (…)

UniCredit, Mustier ottimista sull’Italia: “Btp li compriamo, non siamo nel 2011″

le imprese non riescono a far fronte agli ordini”  Vuoi vedere che sarà per questo che molte imprese medio grandi in brianza stanno delocalizzando all’estero e non già per tagliare i costi della mandopoera e favorire il dumping sociale?

L’amministratore delegato di UniCredit rinnova la sua fiducia all’Italia.

(…) Per quanto riguarda i Btp, Mustier dice che la sua banca li ha comprati e che lo Spread non gli fa paura, aggiungendo che “il futuro di Unicredit passa dal rafforzamento dell’identità di grande banca paneuropea”. L’economia italiana è in crescita, secondo Mustier, e il paese ha bisogno che si parli dell’Italia in maniera positiva. Jean-Pierre Mustier ha dichiarato che le imprese non riescono a far fronte agli ordini. (…)

UniCredit, Mustier ottimista sull’Italia: “Btp li compriamo, non siamo nel 2011″

le imprese non riescono a far fronte agli ordini”  Vuoi vedere che sarà per questo che molte imprese medio grandi in brianza stanno delocalizzando all’estero e non già per tagliare i costi della mandopoera e favorire il dumping sociale?

L’amministratore delegato di UniCredit rinnova la sua fiducia all’Italia.

(…) Per quanto riguarda i Btp, Mustier dice che la sua banca li ha comprati e che lo Spread non gli fa paura, aggiungendo che “il futuro di Unicredit passa dal rafforzamento dell’identità di grande banca paneuropea”. L’economia italiana è in crescita, secondo Mustier, e il paese ha bisogno che si parli dell’Italia in maniera positiva. Jean-Pierre Mustier ha dichiarato che le imprese non riescono a far fronte agli ordini. (…)

UniCredit, Mustier ottimista sull’Italia: “Btp li compriamo, non siamo nel 2011″

le imprese non riescono a far fronte agli ordini”  Vuoi vedere che sarà per questo che molte imprese medio grandi in brianza stanno delocalizzando all’estero e non già per tagliare i costi della mandopoera e favorire il dumping sociale?

Mutui e prestiti, con lo spread salgono i costi per famiglie e imprese

C’è già chi grida Al lupo! Al lupo!

Per manipolare efficacemente il popolo, è necessario convincere tutti che nessuno li sta manipolando.
(John Kenneth Galbraith)

L’impennata dei rendimenti di titoli di stato e spread comporta prezzi più alti per i mutui futuri e per il costo dei prestiti a famiglie e imprese, nessun problema per chi ha già un mutuo a tasso fisso.

(…)L’impatto più evidente per i risparmiatori riguarda con ogni probabilità prestiti e mutui. Partiamo da questo ultimi: chi ha già un mutuo in corso a tasso fisso non rischia nulla, perchè il costo del prestito non è soggetto alle oscillazioni di mercato. Chi invece ha il tasso variabile, rischia di vedere aumentare la rata: bisogna vedere in che modo la crisi italiana impatterà sull’euribor, che è l’indice di riferimento.

Sul costo dei mutui futuri l’impatto potrebbe essere più pesante perché si rischia, ad esempio, che aumenti anche il lo spread fisso che le banche applicano al mutuo. (…)

A livello teorico (anche se in passato la rappresentazione grafica dell’andamento storico del differenziale BTp-Bund mette in evidenza una correlazione) l’aumento dello spread potrebbe portare ad un  indebolimento dei bilanci delle banche (impaccate di titoli del debito pubblico italiano) e di conseguenza far  diminuire la loro capacità di rimborsare i propri debiti. Di riflesso, questo porterebbe ad un aumento dei costi di raccolta del denaro sul mercato interbancario (ad eccezione di quelle che si possono approvvigionare in altri Paesi dell’area euro). Per ciò va da sé che un aumento degli spread sul mercato obbligazionario scoraggia le banche dall’erogare prestiti se non in cambio di tassi di interesse più alti ritoccando lo spread al quale erogare i finanziamenti (aumento dello spread non del tasso eurobor od eurirs). Si entrerrebbe in un loop…almeno a livello teorico, perché la BCE di Draghi potrebbe intervenire per limitare la speculazione.

Ma questa diventerebbe una scelta politica più che economica.

Quindi? E’ più semplice (e meno oneroso) cavalcare la paura dellaggente…perché si sa,  il Popolo Bue vive di paura. E nella paura è più facile far passare messaggi che anestetizzino le menti e tenere a galla i soliti giochi di sistema. Il sistema sa come difendersi e chiudersi a riccio per preservare il proprio status quo

In fondo la politica non è altro che un certo modo di agitare il popolo prima dell’uso. La controprova, se mai ce ne fosse bisogno, che le decisioni non sono prese da chi il popolo demanda a rappresentarli in parlamento, ma da quei  liberal (come Soros) che con la speculazione hanno fatto i miliardi sulla pelle della povera ggente.

 

Mutui e prestiti, con lo spread salgono i costi per famiglie e imprese

5 Maggio 1936: la fine della guerra d’Etiopia e la proclamazione dell’Impero

5 maggio 1936: Addis Abeba è italiana

Via Il Giornale d’Italia

Per comprendere la guerra d’Etiopia bisogna fare un salto indietro nel tempo, alle giornate di Versailles

5 maggio 1936: Addis Abeba è italiana/1

“Col gladio di Roma è la civiltà che trionfa sulla barbarie, la giustizia che trionfa sull’arbitrio crudele, la redenzione dei miseri che trionfa sulla schiavitù millenaria”

“Camicie nere della Rivoluzione, uomini e donne di tutta Italia, Italiani e amici dell’Italia, al di là dei monti e al di là dei mari: ascoltate. Il Maresciallo Badoglio mi telegrafa: ‘Oggi 5 maggio, alle ore 16, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba’. Durante i trenta secoli della sua storia l’Italia ha vissuto molte ore memorabili, ma questa di oggi è certamente una delle più solenni.

Annuncio al popolo italiano e al mondo che la guerra è finita. Annuncio al popolo italiano e al mondo che la pace è ristabilita. Non è senza emozione e senza fierezza che, dopo sette mesi di aspre ostilità, pronuncio questa grande parola, ma è strettamente necessario che io aggiunga che si tratta della nostra pace, della pace romana che si esprime in questa semplice, irrevocabile, definitiva proposizione: l’Etiopia è italiana. Italiana di fatto, perché occupata dalle nostre armate vittoriose, italiana di diritto, perché col gladio di Roma è la civiltà che trionfa sulla barbarie, la giustizia che trionfa sull’arbitrio crudele, la redenzione dei miseri che trionfa sulla schiavitù millenaria.

Con le popolazioni dell’Etiopia, la pace è già un fatto compiuto. […] Noi sentiamo così di interpretare la volontà dei combattenti d’Africa, di quelli che sono morti, che sono gloriosamente caduti nei combattimenti e la cui memoria rimarrà custodita per generazioni e generazioni nel cuore di tutto il popolo italiano, delle altre centinaia di migliaia di soldati, di Camicie nere che in sette mesi di campagna hanno compiuto prodigi tali da costringere il mondo alla incondizionata ammirazione. Ad essi va la profonda e devota riconoscenza della Patria e tale riconoscenza va arche ai centomila operai che durante questi mesi hanno lavorato con un accanimento sovrumano.

Questa d’oggi è una incancellabile data per la Rivoluzione delle Camicie nere, e il popolo italiano che ha resistito, che non ha piegato dinanzi all’assedio e all’ostilità societarie, merita, quale protagonista, di vivere questa grande giornata. Camicie nere della Rivoluzione, uomini e donne di tutta Italia! una tappa del nostro cammino è raggiunta. Continuiamo a marciare nella pace per i compiti che ci aspettano domani e che fronteggeremo col nostro coraggio, con la nostra fede, con la nostra volontà. Vita l’Italia!”. Così Benito Mussolini annuncia  l’ingresso ad Addis Abeba delle truppe italiane.

Per comprendere correttamente il significato della Guerra d’Etiopia bisogna però fare un salto indietro nel tempo. A quei giorni, cioè, del giugno 1918 sul Piave e a quelli tra la fine di ottobre e i primi di novembre dello stesso anno a Vittorio Veneto. L’Italia ebbe, in quegli episodi della Grande Guerra, un ruolo decisivo. In ciò che seguì a Versailles sta il seme degli anni a venire: l’Impero austro-ungarico fu fatto a pezzi, la Germania fu estremamente punita, perdendo tutte le sue colonie e divenendo una repubblica. Era la fine degli “imperi”, eccetto che per due realtà: la Francia e l’Inghilterra. Da quegli stessi patti, all’Italia spettava la Venezia Tridentina, la Giulia, la Dalmazia, la sua “fetta” in Asia minore e territori turchi e provenienti dalle colonie germaniche. Nella stessa seduta di Versailles fu creato un organismo, la Società delle Nazioni, con il compito di vigilare affinché non scoppiasse una nuova guerra. La Grande Guerra era stata vinta da Gran Bretagna, Francia, Giappone, Italia e Stati Uniti. Gli Stati Uniti si ritirarono e a ciascuno degli altri Stati vincitori furono assegnati dei mandati per amministrare le colonie germaniche e i territori turchi. Persino al Belgio e ai domini britannici in Africa , Australia e Nuova Zelanda. All’Italia non fu assegnato un bel niente.

Oltre il 70% (in termini di superficie) dei territori fu assegnata all’Inghilterra. All’Italia zero. E l’Italia non fu in grado di farsi valere, se non dopo l’avvento del Fascismo, che in Etiopia andò semplicemente a prendersi ciò che le spettava di diritto. Lì, dove il disordine regnava sovrano, l’Italia di Mussolini portò le strade, i porti, l’acqua, le scuole, i presidi sanitari, l’agricoltura, la civiltà. Esattamente ciò che era stata Roma ai tempi dell’Impero. Dove colonizzazione non significa depredamento e guerra, ma ordine e civiltà.

Oggi è frequente imbattersi in falsi perbenisti che scrivono di “epoca infausta”: ebbene la colonizzazione va bene se a metterla in pratica sono Francia ed Inghilterra, non va bene più se a concretizzarla è il nostro Paese? In un contesto storico, peraltro, come quello appena descritto? E invece la verità, quella che ci si ostina a tacere e a soffocare è ben altra: gli altri Paesi sfruttavano le loro colonie, ne traevano il massimo profitto compiendo spesso vere e proprie nefandezze sulla popolazione indigena. L’Italia di Mussolini, al contrario, in quei territori portò l’igiene, il lavoro, lo sviluppo. È storia. Quella vera.

emoriconi@ilgiornaleditalia.org

Emma Moriconi