Comunismo ed omofobia

Furono Stalin e Togliatti a perseguitare i gay. Non il fascismo – Secolo d’Italia

L’ignoranza di chi dà del “fascista” a chi non si allinea al pensiero unico sulle nozze gay: fu Stalin, poi Togliatti, a perseguitare gli omosessuali

Furono Stalin e Togliatti a perseguitare i gay. Non il fascismo – Secolo d’Italia

Ne seppe qualcosa Pasolini che fu espulso da Togliatti dal Pci.

Ora io non ho mai modo di approfondire l’atteggiamento del regime nei confronti dei gai. Ipotizzo sia assimilabile a quello di altre minoranze e ricordo che anche il regime sovietico non fu affatto tenero con le minoranze.

E noto anche che faccialibro mi impedisce di condividerlo. Ah, la lotta alle feicnius, tra una tartina al caviale ed una coppa di champagne.

Senza dimenticare il CHE! La rivoluzione cubana del 1959  aveva messo l’omosessualità fuori legge e i gay venivano inviati nei campi di lavoro (reato fino al 2013). (vedi qui)

Bellissima l’immagine del Panda-Rizzo…

un’estinzione che non lascia l’amaro in bocca… dopo i 100 milioni di cadaveri crearti da questa ideologia sarebbe ora voltare pagina…

”Faremo un museo per ricordare il comunismo, perché a me fa quasi tenerezza vedere la falce con il martello sulla bandiera rossa nel 2019″

(Matteo Salvini)

 

I comunisti a Salvini: “Ti salvi perchè non ci siamo più”. Parola di Marco Rizzo

Se è vero che la democrazia presuppone l’antifascismo, non è altrettanto vero che l’antifascismo presupponga la democrazia.

(…) La storiografia comunista aveva sostenuto che quella “svolta” – cioè il proposito di Togliatti, rientrato in Italia nel 1944, di collaborare con Badoglio e la monarchia – fosse frutto di una decisione autonoma rispetto a Mosca e rappresentasse il primo passo di un graduale affrancamento del Pci dall’influenza sovietica. Hanno dimostrato che, al contrario, fu proprio Stalin a volere la svolta. Le loro conclusioni resero obsolete la maggior parte delle ricerche storiografiche precedenti sul Pci, basate su due presupposti errati: la sopravvalutazione dell’indipendenza del Pci da Mosca durante il periodo di Stalin e la sottovalutazione della capacità del sistema staliniano di controllare e guidare all’estero i suoi meccanismi distorsivi dell’informazione. Del resto, sulla vocazione rivoluzionaria del Pci durante la lotta per la liberazione anche Renzo De Felice osservò che il gruppo dirigente del Pci non aveva mai accettato che «la lotta partigiana dovesse portare a un ritorno alla democrazia “parlamentare borghese” e che la svolta di Salerno potesse non essere un espediente tattico» aggiungendo che a quella svolta non poteva «essere attribuito alcun carattere di autonomia politica rispetto all’Urss».
Alla base di questa alterazione della verità storica c’era il fatto che l’Urss era riuscita a veicolare l’idea mitologica dell’assimilazione dell’antifascismo alla democrazia in nome del principio dell’unità della Resistenza dimenticando che per i comunisti la Resistenza era concepita come un grande evento rivoluzionario. Che tale assimilazione fosse ideologicamente fuorviante lo dimostra la considerazione che, se è vero che la democrazia presuppone l’antifascismo, non è altrettanto vero che l’antifascismo presupponga la democrazia. Eppure, questa equazione errata, sulla quale si fondava il principio togliattiano della “democrazia progressiva”, finì per dominare la cultura politica italiana, segnatamente storiografica, grazie al peso di quella egemonia culturale comunista e azionista che ha elevato l’antifascismo a ideologia di Stato.(…)

Inopportuno riciamo storico di Di Maio

“Di Maio si sciacqui la bocca prima di parlare di Msi che con le posizioni antipatriottiche dei 5 Stelle ha davvero nulla a che spartire. Il capetto politico di un movimento che a Roma ha negato dignità politica a Giorgio Almirante si permette di farsi interprete dei valori della destra?”

In ricordo del primo caduto degli anni di piombo: Ugo Venturini

Ugo Venturini: il primo caduto degli anni di piombo

Morire per una bottiglietta piena di sabbia

Ugo Venturini: il primo caduto degli anni di piombo
Genova. 18 aprile 1970
È una città unica, Genova. Di una bellezza struggente, come poche ce ne sono in Italia. Appoggiata sulle Alpi, con i vicoli scoscesi che arrivano fino al mare. È una città dura, Zena. Aspra e chiusa.
“Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi/ ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi/ Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli/ in quell’aria spessa, carica di sale, gonfia di odori/ lì ci incontrerai i ladri, gli assassini e il tipo strano”. La cantava così, la “sua” Città Vecchia, Fabrizio De André.
È un simbolo Genova. Simbolo della fine degli anni di piombo. Perché è qui che, con l’irruzione in via Fracchia, gli uomini del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa metteranno in ginocchio le Brigate Rosse. Ma è anche qui che tutto ha inizio.
Genova, primavera del 1970. Per il 18 di aprile è previsto un comizio che passerà alla storia. Giorgio Almirante verrà a parlare nella rossissima Piazza Verdi . La Liguria è una delle regioni in cui il Movimento Sociale è riuscito a radicarsi di meno. Essere camerati è difficile. Dirsi di destra impossibile. Militare nel Msi può –anche- voler dire morire. Ma dell’ambiente ostile, a Ugo Venturini non interessa. Ha 32 anni Ugo. Fa l’operaio. Lavora duramente e vive per la sua famiglia. Per sua moglie Rita e per il piccolo Walter. A casa sua di certo non girano molti soldi. Anzi, tutt’altro. Se si volesse dare un’etichetta a tutti i costi ai Venturini, si direbbe che sono “proletari”. Al di là delle classificazioni, quella di Ugo è semplicemente una famiglia modesta, come tante, in cui per arrivare a fine mese si tira la cinghia, dove niente è facile e non ci si possono concedere lussi. C’è amore però, in quella casa. C’è n’è tanto. Ed è quella la vera ricchezza dei Venturini. Ugo è un uomo buono, con un’impressionante dedizione per il lavoro. È anche sindacalista alla Cisnal. E, quando ha tempo, fa il volontario per la Croce Rossa, si occupa del primo soccorso sulle ambulanze. La sua passione, però, è una sola: la politica. È un missino convinto Ugo Venturini. Proletario, eppure orgogliosamente schierato a destra. Ama il calcio, va sempre allo stadio. Ma appena può scappa in sezione.
È una città assurda Genova. Piccola e piena di odio. Grigia come il piombo di quegli anni maledetti, rossa come le BR di cui sarà una delle roccaforti. È pericoloso scendere in piazza, a Genova. Eppure Giorgio Almirante non ci vuole rinunciare. Organizza un comizio proprio al centro della città. Proprio dove nel luglio 1960 i “compagni” avevano impedito che si tenesse il Congresso del Msi. Il Segretario del Movimento Sociale, 10 anni dopo, ci riprova. Per Almirante le cose sono cambiate, il Msi è diventato un partito di peso, esistono sezioni in tutta la Liguria. A giugno, poi, ci sono le elezioni regionali. Vale la pena tentare e provare a mandare un segnale forte al Pci.
Il 18 aprile è una bella giornata primaverile. I missini di Genova sono esaltati all’idea che il Segretario vada a parlare proprio in Piazza Verdi. Eppure, sono giorni che si sa che il comizio non andrà liscio. Quarantotto ore prima, alcuni militanti di sinistra sono riusciti, non si sa come, a leggere un delirante comunicato trasmesso, grazie ad un’interferenza con RadioRai, in tutta la Liguria. “Scendete in piazza, impugnate i fucili e le mitragliatrici. Difendetevi dai fascisti! Almirante non deve parlare”. Il messaggio è firmato da una sigla strana, mai sentita prima. Si fanno chiamare Gruppi di azione partigiana. Ma ancora non basta. Sui muri di tutta la città vengono impresse minacce a carattere di fuoco. Così, tanto per non lasciare adito a dubbi: “Fascisti morirete. Almirante, non uscirai vivo da Genova”. L’avvertimento è chiaro. Se il Segretario del Msi parla, sarà guerra. E, si sa, non c’è guerra senza morti.

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Almirante, però, non è certo tipo da farsi intimorire dalle minacce scritte sui muri. Lui, uno di quelli che hanno fatto la Repubblica Sociale, non ha di certo paura di parlare in una città “ostile”. Anche perché, gli anni di piombo non sono ancora ufficialmente iniziati, non hanno ancora cominciato a fagocitare vite, a mietere vittime. Forse, quasi per caso, gli anni di piombo cominciano proprio nel 18 aprile del 1970. Ma questo, Almirante, non può saperlo.
Quando sale sul palco di Piazza Verdi, accanto al Segretario c’è proprio Ugo Venturini. Un evento del genere, lui che è fra gli “anziani” della sezione, non se lo può veramente perdere.
Almirante riesce a parlare indisturbato per una mezz’ora. Sembra (quasi) tutto tranquillo. Però, all’improvviso, la musica cambia. In piazza, oltre ad un nutrito gruppo di missini, arrivano anche i “Camalli”, i portuali, considerati da sempre il “braccio armato” del Pci genovese. Sono tutti degli energumeni facili alla rissa. Insieme a loro ci sono anche un po’ di militanti di Lotta Continua. Basta un attimo e si innesca la miccia. Partono insulti, slogan violenti. Poi scoppiano dei veri e propri scontri. I compagni circondano i missini. Riescono ad arrivare anche dietro al palco. Lanciano di tutto. Almirante prova a calmare i suoi: “Non cadete nella provocazione! Non fate come loro: loro hanno la forza delle pietre, noi quella delle parole!”. Non serve a nulla. Un gruppetto indistinto di compagni lancia una bottiglia piena di sabbia proprio verso di lui. Che, però, colpisce alla nuca Venturini. Lo hanno aggredito alle spalle, come fanno solo gli infami, solo i codardi. Ugo tentenna. Cade a terra. È un attimo. Un colpo violentissimo. Però è vigile. Ha il tempo di guardarsi le mani piene di sangue. Per centrarlo, ironia della sorte, i comunisti hanno usato il simbolo del capitalismo: una bottiglietta di Coca-Cola. Riempita di sabbia, così da renderla una vera e propria arma.
Ugo viene trasportato di corsa in ospedale. È lucido, anche se ha una commozione cerebrale dovuta al colpo subito. Lo operano subito per riuscire a diminuire la pressione intracranica. L’intervento, in teoria è riuscito. In teoria. Sì, perché il terriccio di cui era riempita la bottiglia ha infettato la ferita. A Venturini devono fare l’antitetanica. Non servirà assolutamente a nulla. Per 11 giorni Ugo continuerà a combattere dal letto del reparto in cui è ricoverato. Almirante non lascerà mai il suo capezzale. La notte fra il 30 aprile e il 1° maggio, giorno della festa dei lavoratori, il militante operaio, si arrende. L’infezione lo ha devastato fino ad ucciderlo.
È Ugo Venturini il primo caduto degli anni di piombo. Morto senza un senso. Non sotto il fuoco una mitraglietta Skorpion, come i giovani di Acca Larentia. Non ucciso a colpi di chiave inglese, come sarà per Sergio Ramelli. È assurda e, naturalmente, senza colpevoli, la morte di Ugo Venturini.
Le indagini, come sarà poi per la totalità dei caduti degli anni di piombo, non porteranno a nulla. Non un arresto, non un colpevole, non un nome. Per la morte di Ugo, operaio e volontario, padre di famiglia e missino, nessuno ha mai pagato.

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In compenso, è proprio con Venturini che si inaugura la lunga stagione delle morti esaltate da Lotta Continua. Il quotidiano di Adriano Sofri, mesi dopo la morte di Ugo: Genova. Comizio di Almirante. Il Pci dice di vigilare. I proletari invece attaccano- Giustiziato il fascista Venturini. (Il corsivo è nel testo originale). E ancora. “Centinaia di proletari, invece, militanti del Pci e Lotta continua, scendono in piazza: circondano il pubblico che ascolta Almirante, danno l’assalto al palco, si scontrano contro il servizio d’ordine missino e con la polizia che fa quadrato attorno ad Almirante : cercano di far fuori questo rottame fascista, ma le pietre, le bottiglie e i bastoni colpiscono il suo servizio d’ordine. Ugo Venturini, capo dei volontari genovesi del Msi (l’apparato militare del movimento) presente fra gli uomini di Caradonna nell’assalto all’Università di Roma nel marzo ’68, viene colpito in testa da una bottiglia. Dopo alcuni giorni muore.” (I corsivi sono nel testo originale). Nessuna pietà per Rita, rimasta vedova senza un senso. Nessuna pietà per Walter, cui hanno strappato un padre che non vedrà mai più tornare a casa. Nessuna pietà per Ugo Venturini, proletario e operaio. Uomo del popolo, proprio come quelli di cui Lotta continua ed il Pci si sono autoproclamati protettori.
Ugo Venturini non è l’unica vittima di quell’assurdo assalto al comizio di Almirante. La sua morte si è trascinata dietro un’altra vita. Sua moglie Rita, dopo essersi risposata ed aver cercato di superare quel lutto atroce, non ha retto. Anni dopo esser rimasta vedova di Ugo, si è suicidata.
Walter, il figlio di Venturini, dopo essere stato adottato per un periodo da Giorgio Almirante e Donna Assunta, è tornato a Genova. Una volta cresciuto, ha preso la strada sbagliata, precipitando nel tunnel dell’abuso e dello spaccio di droga. Finendo perfino in galera.
È una città strana Genova. Di una bellezza struggente e di una crudeltà infinita. Madre e matrigna. Capace di dimenticarsi, senza colpo ferire, di uno dei suoi figli, caduti senza un motivo. Morto senza una ragione.
All’alba degli anni di piombo.

Micol Paglia

“Siena? Distrutta da noi comunisti”

L’atto di accusa dello storico assessore della Provincia, deluso dal partito

Il titolo dice tutto: Ci hanno preso in giro! Pure i veri comunisti di Siena si pentono.

Si pentono di aver retto il gioco, di aver visto, sentito e taciuto tutto. Si pentono di aver fatto fallire una banca, una fondazione, un’università, una squadra, nascondendo la testa sotto il tufo. Si pentono di essere stati collusi con il «sistema Siena», la «ragnatela vischiosa» di una piccola città-Stato «altezzosa e autoreferenziale». «Ho sentito il dovere di rompere il silenzio che politicamente continua ad avvolgere Siena e l’urgenza di manifestare la mia indignazione verso il sistema di corruttela che ha saccheggiato la città», scrive Gianni Resti, autore di questo libro (ancora non uscito), comunista pentito, che sbriciola quel muro di silenzio che da sempre spadroneggia in quella città, dove va di moda (finché fa comodo) tacere su tutto. …continua qui accedendo a Il Giornale

 

“Siena? Distrutta da noi comunisti”

L’atto di accusa dello storico assessore della Provincia, deluso dal partito

Il titolo dice tutto: Ci hanno preso in giro! Pure i veri comunisti di Siena si pentono.

Si pentono di aver retto il gioco, di aver visto, sentito e taciuto tutto. Si pentono di aver fatto fallire una banca, una fondazione, un’università, una squadra, nascondendo la testa sotto il tufo. Si pentono di essere stati collusi con il «sistema Siena», la «ragnatela vischiosa» di una piccola città-Stato «altezzosa e autoreferenziale». «Ho sentito il dovere di rompere il silenzio che politicamente continua ad avvolgere Siena e l’urgenza di manifestare la mia indignazione verso il sistema di corruttela che ha saccheggiato la città», scrive Gianni Resti, autore di questo libro (ancora non uscito), comunista pentito, che sbriciola quel muro di silenzio che da sempre spadroneggia in quella città, dove va di moda (finché fa comodo) tacere su tutto. …continua qui accedendo a Il Giornale

 

Porzus, macchia indelebile sul Pci, sui partigiani rossi e sulla Resistenza

Ma non ditelo all’ANPI….

I primi due, Francesco “Bolla” De GregoriGastone “Enea” Valente, li ammazzarono brutalmente senza troppi complimenti. E, già che c’erano, accopparono anche una ragazzetta ventiduenne, Elda Turchetti, e un diciannovenne, Giovanni “Tigre” Comin, che il destino gli aveva messo davanti alle canne dei mitra per una serie di fatalità. Gli sfuggì  uno, in quel momento, che era riuscito miracolosamente a scappare e a salvarsi dalla pioggia di proiettili. Poi presero gli altri. Erano quindici. E sapevano che anche il loro destino era segnato. Li arrestarono, per darsi un tono formale. Li portarono a valle e li interrogarono. La macelleria partigiana, che falciava vittime come spighe di grano in un campo di luglio, aveva bisogno di darsi contegno. E una parvenza di legalità. Due riuscirono a scampare alla morte passando dalla parte opposta. Diventeranno, poi, alcuni anni dopo, i principali accusatori di quella mattanza che va sotto il nome di strage di Porzus. Altri 13 ragazzi – perché di ragazzi, dai 19 ai 35 anni, si trattava – dopo quell’interrogatorio che era una farsa scritta a tavolino, finirono, anch’essi, ammazzati come cani. L’ultima cosa che videro, la maggior parte di quei ragazzi, fra cui Guido “Ermes” Pasolini, mentre cadevano sotto i colpi degli implacabili partigiani comunisti, furono le querce e i pioppi di Bosco Romagno, il bosco degli Arimanni, il popolo degli uomini liberi. Che strano destino per quei ragazzi, massacrati nel bosco degli uomini liberi da chi diceva di difendere la libertà. Uccisi. E, poi, pure infangati…..

Porzus, macchia indelebile sul Pci, sui partigiani rossi e sulla Resistenza

(Immagine: giphy.com)