Perchè i progressisti americani sono pro-islam?

Essere pro-Islam in fondo è un modo indiretto di essere anti-cristiano.

The Curious Progressive Love of Islam

David Carlin on why American progressives are pro-Islam but not pro-Christianity or pro-Israel.  Whoever hates America seems good to the Left.

Among present-day American leftists (who prefer calling themselves progressives), a curious characteristic is their sympathy for Islam. They deplore what they call Islamophobia, regarding it as a sin as bad as racism or sexism or homophobia or transphobia; and they are horrified that a man they consider to be an Islamophobe, Donald Trump, should be in the White House.

Why is this Islamic sympathy “curious”?  Because no religion could be more at odds with progressive ideas than Islam. For one thing, Islam believes in God, an all-powerful God who controls everything in the created world. Progressives, on the other hand, tend to be atheists or at least semi-atheists.

For another, Islam has always taught that women must be socially inferior to men; it is a strongly patriarchal religion, and progressives hate few things more than they hate patriarchy.  Again, Islam puts a strong emphasis on chastity, condemning adultery and fornication and – especially – homosexuality. And it considers monstrous that progressive favorite, same-sex marriage.

Of course, many Muslims (Muslim men, that is, not Muslim women) have over the centuries violated these pro-chastity values, but the religion nonetheless affirms the values. By contrast, progressives, while they regard sexual prudence as a good thing (and sexual prudence often bears a resemblance to chastity), laugh at the idea that chastity is a virtue.

Why, then, are progressives sympathetic to such an anti-progressive religion and its adherents? Ask this question of a progressive, and he or she will tell you, “Because we believe in freedom of religion and in diversity.”

Maybe so, but I’m not convinced. If, for one, they truly believed in freedom of religion, they would be at least as sympathetic to Christianity as they are to Islam. But they aren’t. They would never dream of compelling Muslims, against their conscience, to eat pork.

Yet they are quite willing to force a conservative Christian baker to participate in the celebration of a same-sex wedding (by baking a wedding cake specifically designed for that wedding) even though this goes against the baker’s conscience.

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Gerusalemme: i Paesi della Ue contro Trump e Israele soffiando – loro sì – sul fuoco dell’odio razzista e religioso

Così “il matto” Donald Trump ha dato scacco alla Ue e ai Paesi arabi

Così “il matto” Donald Trump ha dato scacco alla Ue e ai Paesi arabi

Continuano a dipingere Donald Trump come una macchietta, esaltandone le gaffe, i capelli arancioni, i modi bizzarri e originali… non hanno digerito la bruciante e pesante sconfitta e questo li perderà. I mass media internazionali e i politically correct insistono nel dileggiare e irridere Trump perché non sono riusciti a sconfiggerlo e cercano in questo modo infantile di esorcizzarlo. Ma Trump sta dimostrando in questi mesi che ha una strategia precisa e la sta mettendo in pratica per tenere fede alle promesse elettorali al popolo americano. Non cerca la popolarità, anzi, non cerca il consenso mediatico, e coraggioso e si arrabbia – legittimamente – quando i giornali dem gli schizzano il fango addosso. A lui interessa solo fare l’interesse del suo popolo, il popolo americano. È riuscito, tra innumerevoli difficoltà a varare il travel ban, ha attuato una riforma fiscale che metterà in crisi l’Unione europea, così come la scelta di riconoscere Gerusalemme capitale dello Stato ebraico segue una precisa logica che Trump e il suo staff perseguono dal primo giorno di insediamento alla Casa Bianca. Il fatto, ad esempio, di aver introdotto un’aliquota più bassa per le imprese e un sistema burocratico molto più semplice, pone gli States molti in vantaggio rispetto all’Europa, anche perché il singolo cittadino non è vessato fiscalmente come in Europa. Non solo: con questa riforma Trump incentiva gli americani a comprare americano, prevedendo una tassa del 20 per cento su quello che acquistano all’estero. Non occorre essere economista per capire che questa onda lunga si abbatterà anche sull’Europa e sulla sua eocnomia. E i giornali che lo prendono in giro per le sue eccentricità, meglio farebbero ad approfondire le strategie della Casa Bianca. Così come la questione di Gerusalemme: Trump e Israele sapevano benissimo che sarebbe scoppiata un’altra, ennesima, Intifada. Ma anziché cercare il dialogo con Israele e gli Usa, tutti i Paesi arabi e – ahimè – anche i Paesi della Ue, sono partiti lancia in resta contro Trump e Israele soffiando – loro sì – sul fuoco dell’odio razzista e religioso. Se Israele ha acconsentito a questa mossa pericolosa, evidentemente è in grado di fare fropnte a quello che succederà, anzi, forse se lo augura. Trump deve aver riflettuto sul fatto che il crescente sanguinario terrorismo islamico in tutto il mondo, America compresa, mette a rischio la sopravvivenza della civiltà occidentale. Con la sconfitta dell’Isis da parte della Siria e della Russia in Medio Oriente, ci saranno decine di migliaia di foreighn fighters che torneranno nelle loro nazioni di adozione e continueranno a insanguinare soprattutto l’Europa. Allora è meglio chiudere i conti definitivamente: questo deva aver pensato e valutato Trump, e le castagne dal fuoco è meglio che le togla Israele. Continuate pure a considerarlo un matto…

Gerusalemme capitale: contro Trump si schierano tutte le organizzazioni arabe estremiste e l’ ITALIA

Non stupisce l’idea della sinistra italiota di schierarsi con i terroristi, per i quali da sempre simpatizza o sostiene (ricordiamoci la figuraccia internazionale del governo D’Alema con il caso Ocalan), e contro Israele e gli USA.

Gerusalemme, aumentano i feriti. Tutti gli estremisti islamici contro Trump

Gerusalemme, aumentano i feriti. Tutti gli estremisti islamici contro Trump

Sono più di 104 i palestinesi rimasti feriti negli scontri esplosi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza tra soldati israeliani e manifestanti scesi in piazza per contestare la decisione del presidente americano Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di trasferirvi l’ambasciata di Washington. Lo rende noto la Mezzaluna Rossa. Gli scontri si sono registrati in Nablus, Tulkarm, Qalqiliya e a Jenin nel nord della Cisgiordania, a Ramallah e Gerusalemme nella zona centrale e a Betlemme e Hebron nel sud. Intanto contro Trump si schierano tutte le organizzazioni arabe estremiste: i miliziani somali di al-Shabab, legati ad al-Qaeda, hanno esortato tutti i musulmani a combattere contro gli Stati Uniti e contro Israele dopo l’annuncio del presidente americano. ”I nemici di Allah hanno dichiarato una nuova guerra contro i musulmani e contro i luoghi sacri nel Paese dei palestinesi oppressi”, recita un messaggio diffusa dalla radio gestita dai miliziani. ”L’unica opzione per i musulmani resta quella di combattere”, prosegue. Il Parlamento di Tobruk, nella Libia orientale, ha condannato la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. ”La Camera dei rappresentanti condanna con forza l’annuncio del presidente Usa Donald Trump riguardo il riconoscimento di Gerusalemme occupata come capitale dell’entità sionista e lo spostamento dell’ambasciata del suo Paese nella Gerusalemme araba, in quanto questo viola tutte le convenzioni internazionali e gli sforzi per risolvere la questione palestinese”, si legge in un comunicato del Parlamento libico. “Un’aggressione sleale e maligna”. Così da parte sua il movimento sciita libanese Hezbollah ha definito la decisione degli Usa. Secondo il portavoce del movimento, Hassan Fadlallah, l’annuncio del presidente Donald Trump ha bloccato ogni possibilità di negoziato e ha rilanciato la “resistenza armata” come unico modo per restituire i diritti ai palestinesi. Fadlallah, riportano i media libanesi, ha sottolineato che la decisione Usa potrebbe avere “ripercussioni catastrofiche” sulla stabilità regionale e internazionale e ha invitato arabi e musulmani a “rispondere” in fretta.

Gli stretti legami che uniscono Italia e Russia

Da Il Foglio

Londra, 30 ott – (Agenzia Nova) – A margine di un importante forum di affari che si è tenuto negli scorsi giorni a Verona, la principale banca italiana Intesa Sanpaolo ha firmato un accordo con la Independent Petroleum Company, una società petrolifera russa colpita dalle sanzioni degli Stati Uniti che è alla ricerca di finanziamenti per un nuovo progetto di trivellazioni: l’accordo, benché ancora a livello di dichiarazione di intenti, sottolinea gli stretti rapporti commerciali che legano Itala e Russia nonostante le politiche punitive di Usa ed Unione Europea per isolare il presidente russo Vladimir Putin dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2014 ed è un chiaro segno della simpatia per Mosca che si può riscontrare in molti ambienti politici ed economici italiani; lo sostiene il quotidiano finanziario britannico “The Financial Times” in un’inchiesta pubblicata ieri domenica 29 ottobre. Un pò dappertutto in Europa, scrive il giornale, le sanzioni anti-russe provocano frustrazione tra gli uomini d’affari per aver ridotto le possibilità di cooperazione soprattutto nel lucrativo mercato del petrolio e del gas; ma solo in Italia questa frustrazione viene espressa ad alta voce ed in maniera chiara. Nell’articolo firmato dal suo corrispondente da Roma James Politi e dai suoi due inviati a Verona e Milano, Henry Foy e Rachel Sanderson, il “Financial Times” raccoglie queste voci che vanno dal presidente di Intesa Sanpaolo, Antonio Falico, fino alla presidente di Eni, Emma Marcegaglia; e dall’amministratore delegato del gruppo aerospaziale e della difesa Leonardo, Alessandro Profumo, fino ad un manager della Sace, l’ente statale per il credito all’esportazione. Mentre dunque i rivali internazionali come ExxonMobil, Royal Dutch Shell, Statoil e BP hanno tutti dovuto congelare i propri progetti in Russia a causa delle sanzioni e diverse banche europee e statunitensi hanno posto fine alle linee di credito all’industria petrolifera russa, molte società italiane stanno invece puntando forte sulle buone relazioni con la Russia, che è il secondo partner commerciale dell’Italia in Europa, subito dietro la Germania. Questa tendenza filo-russa secondo il quotidiano britannico non si limita agli ambienti economici italiani, ma si estende al mondo politico che è pressoché unanime nel considerare essenziale l’obbiettivo di mantenere i legami economici con la Russia; questa determinazione di Roma viene sintetizzata dal “Financial Times” con la citazione di una dichiarazione di Romano Prodi: “In questa fase di scontro geopolitico, i legami economici devono essere una priorità”, ha detto l’ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Commissione europea, secondo cui addirittura “le aziende devono fare pressione sui governi mettendo sul tavolo il dannoso impatto” delle sanzioni.

Continua a leggere l’articolo del Financial Times

27/10/1964 – A time for choosing: il primo discorso politico di Ronald Reagan

Così Reagan scese in campo e fece la rivoluzione liberale

27 ottobre 1964. Per gli Usa è l’ora della scelta. Ronnie pronuncia il suo primo discorso politico, passato direttamente alla storia

Ventisette ottobre 1964, campagna presidenziale americana. Il candidato repubblicano, Barry Goldwater, sfida il presidente uscente, il democratico Lyndon Johnson. A prendere la parola a sostegno di Goldwater è un attore con un passato familiare e personale tra le fila del partito democratico, il suo nome è Ronald Reagan e il suo discorso, passato alla storia come A time for choosing ( L’ora delle scelte ) è il primo importante intervento politico dell’uomo che guiderà con mano ferma gli Stati Uniti negli anni Ottanta.

A cinquant’anni dal suo pronunciamento stupisce per l’attualità dirompente dei principi individuati da Reagan che rappresentano, senza giri di parole, un vero e proprio programma di governo. Anche per l’Italia di oggi.

Reagan introduce il suo discorso, trasmesso in tv, spiegando che è stato un sostenitore del partito democratico ma che ha poi deciso di «seguire un’altra via». Anche negli Usa degli anni sessanta, il tema fiscale è sentito. E lui afferma deciso: «Nessuna nazione nella Storia è sopravvissuta a un gettito fiscale oneroso che raggiunge un terzo del suo reddito nazionale».

Da qui un’idea di Stato minimo ma di governo forte e poi un altro caposaldo del reaganismo: il popolo e la volontà popolare vengono prima. «E l’idea che il governo sia soggetto al popolo, che non abbia altra fonte di potere che non sia il popolo sovrano, è ancor oggi l’idea più nuova e originale che sia mai apparsa nella lunga storia delle relazioni dell’uomo con l’uomo. Ed è proprio il problema che si pone con questa elezione: se noi crediamo nella nostra capacità di autogovernarci o se invece intendiamo abbandonare la Rivoluzione Americana e confessare che una piccola élite intellettuale di una capitale lontana sia in grado di pianificare le nostre vite al posto nostro meglio di quanto sappiamo fare noi stessi». Che grande schiaffo, anche oggi, alle presuntuose élite radical chic del nostro tempo.

A questo punto, l’uomo che vincerà la Guerra fredda con la doppia scommessa di una rivoluzione economica resa possibile da un radicale taglio delle tasse e di un ribaltamento delle strategie mondiali, va al cuore della critica allo statalismo illustrando il «paradosso agricolo» cresciuti durante gli anni dell’amministrazione democratica. I programmi di sostegno all’agricoltura – denuncia Reagan – pretendono di decidere lo sviluppo di questo settore. Con quali effetti? Più spese per i contribuenti, meno agricoltori ma più impiegati al dipartimento dell’agricoltura, un prezzo del pane sempre più alto e un prezzo del grano pagato all’agricoltore sempre più basso! E una logica conclusione: «non si è mai visto in questa terra qualcosa di più vicino alla vita eterna di un dipartimento governativo».

E allora lasciamo fare al mercato, limitiamo al minimo l’intervento dello Stato pasticcione nell’economia, perché, come gracchia ancora oggi il jingle del nostro cellulare, «government is not the solution to our problem; government is the problem». D’altro canto, «vi sono troppe persone – prosegue Reagan – che, vedendo un uomo grasso accanto a uno magro, pensano che il primo abbia acquisito la sua prosperità necessariamente ai danni del secondo. Ecco allora che sperano di risolvere il problema dell’indigenza tramite l’intervento dello Stato. Ora, se la risposta da dare al problema fosse effettivamente lo Stato assistenziale – e ne abbiamo fatto esperienza per quasi trent’anni – non sarebbe stato lecito aspettarsi che, almeno una volta in tutto questo tempo, il governo ci avesse fatto il punto della situazione? Ogni anno ci avrebbero comunicato i dati relativi al declino dei numeri relativi ai bisognosi e al fabbisogno di case popolari. È vero il contrario. Ogni anno il fabbisogno aumenta e aumenta ancora di più il costo degli interventi».

In politica estera, ora come allora, il tema è: affrontare il rischio di una guerra o fingere che i pericoli per la pace e per la libertà non esistano nel mondo? Pensiamo all’attualità: dall’Africa al Medio Oriente vediamo le comunità cristiane perseguitate dall’avanzata del fanatismo assassino e oppressore dello Stato islamico. Reagan ammonisce coloro che vorrebbero lavarsi le mani di ciò che accade lontano dalla propria casa: «La politica nazionale deve essere basata su ciò che nei nostri cuori sappiamo essere moralmente giusto! Non possiamo comprare la nostra sicurezza e liberarci dalla minaccia della Bomba con un atto così gravemente immorale come quello di dire al miliardo di persone che oggi vive in condizioni di schiavitù al di là della Cortina di Ferro: “Rinunciate ai vostri sogni di libertà, poiché noi, per salvare la nostra pelle, intendiamo accordarci con i vostri padroni”. Alexander Hamilton disse: “Una nazione che preferisce il disonore al pericolo è pronta per un padrone ed è ciò che si merita”. Diciamocela tutta. Sulla scelta fra la pace e la guerra non vi è da discutere; tuttavia ci sarebbe solo un modo garantito per avere la pace, e immediatamente: la resa senza condizioni. È vero, seguire una qualunque altra via comporta rischi, ma vi è una lezione che la storia insegna costantemente: è l’appeasement, la pacificazione a mezzo di concessioni, la via che comporta i rischi maggiori». È il Reagan che senza avventurismi sceglierà la strada della mano ferma, della sfida aperta «all’impero del male», e che così aprirà al mondo una lunga, lunghissima stagione di pace e prosperità. Barry Goldwater perse quelle elezioni contro Lyndon Johnson, ma i Repubblicani – colpiti dal successo e dalla forza dirompente di Reagan – lo candidarono prima a governatore della California e poi, dopo diversi anni, alla Casa Bianca, regalando agli americani la più grande svolta di sempre: una rivoluzione fatta di desindacalizzazione, deregolamentazione, grandi investimenti pubblici, forte riduzione delle tasse e un sistema di formazione che mette il merito al centro. Ciò che Ronald prometteva agli americani nel 1964 e che gli italiani attendono ancora.

Il trogloditismo progressista e l’odio verso il passato

(…) Il Presidente Trump è stato accusato di parteggiare per i razzisti, quando egli ha invece criticato entrambe le parti per gli scontri di piazza; nessun media liberal, però, ha criticato la violenza della new left (sì, perché la violenza non è certo mero appannaggio della new o old right) né tantomeno la distruzione del patrimonio storico e culturale americano. Perché il vero nocciolo è qui: una Nazione che distrugge e censura il proprio passato, quale che sia, è una Nazione che non conosce se stessa, che odia se stessa, che non vede nell’altro concittadino, tanto del passato quanto del presente e del futuro, un proprio fratello, ma un nemico. E per citare Orwell, chi controlla il passato controlla il futuro, e chi il presente controlla il passato, e se il nostro mondo è diventato uguale a quello del 1984 orwelliano, c’è poco da stare allegri. (…)

qui l’intero post via buseca

Immagine:  giphy.com

La sinistra USA nel suo complesso è penosamente rappresentata.

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Un gruppo di ambientalisti in California sta raccogliendo firme per una modifica alla Costituzione statunitense e l’introduzione del diritto alla vita di alberi e piante: “i diritti della natura”. 

La Costituzione americana, secondo loro, dovrebbe dichiarare che la Natura è un essere vivente libero e con diritti inalienabili, come il diritto alla vita, e che nessuna persona, entità commerciale, governo, o “proprietario” (le virgolette le mettono loro perché i proprietari in questo caso sono proprietari per modo di dire) può farle violenza o asservirla.

Quindi, da un lato gli esseri umani allo stato embrionale non hanno diritto di vivere, sono cose di proprietà di chi li monta smonta e surgela a piacimento, i bambini si comprano e vendono al mercato dell’utero in affitto, le donne “se vogliono” si schiavizzano allo scopo suddetto, dall’altro le piante e gli animali, guai a chi li tocca. La loro vita e la loro libertà sono sacre…..

Diritto alla vita, sì, ma solo per alberi e piante (e animali)

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